Dovremmo scrivere poesie per mantenere in vita gli dei.
(We are supposed to write poetry to keep the gods alive.)
Questa affermazione evocativa sottolinea il profondo rapporto tra poesia e spiritualità o, più in generale, tra arte e divino. In molte culture, gli dei simboleggiano ideali, valori e l'essenza stessa della vita e del significato. La poesia, come forma concentrata di espressione, storicizza l'esperienza umana e riflette sui misteri che trascendono l'esistenza ordinaria. Suggerendo che scrivere poesia mantiene in vita gli dei, la citazione evidenzia il ruolo della poesia come veicolo per preservare la memoria collettiva e le narrazioni sacre che la cultura ha a cuore. Ciò implica che gli dei – o l’essenza della divinità – continuano a vivere nell’immaginazione umana e attraverso le storie che raccontiamo.
Inoltre, la poesia diventa un ponte tra il mortale e il divino. Quando componiamo o ci impegniamo con la poesia, accediamo a un regno di pensiero e sentimento che invoca stupore, riverenza e ispirazione. In questo modo, la poesia può essere vista come un atto spirituale, che rivitalizza l’antica saggezza e alimenta una connessione con il trascendente. L'atto di scrivere poesie afferma la creatività umana e ci ricorda che la divinità è una presenza viva nell'arte e nella cultura.
A un livello più ampio, la citazione può essere interpretata metaforicamente: gli “dei” rappresentano ideali umani duraturi – speranza, bellezza, giustizia – che necessitano di essere coltivati. Scrivere poesie è una forma di partecipazione culturale attiva, che dà vita a questi ideali, garantendo che non vengano dimenticati o sminuiti. In un’epoca in cui il secolarismo spesso sfida le credenze tradizionali, la citazione invita a riflettere sulle responsabilità di artisti e scrittori nel sostenere le strutture simboliche che danno profondità e significato alla vita. In definitiva, ci sfida a vedere la poesia non solo come arte ma come un’impresa sacra, che preserva l’immortale attraverso le voci umane.